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Dell'intervista di Gianfranco Fini rilasciata alla Stampa domenica 22 aprile c.a. condivido soprattutto un punto: il bipolarismo tutto muscoli è già in archivio. Questo non è un male in sé; la sua efficacia rispetto al sistema su cui è chiamato ad incidere varia a seconda di quanto i due schieramenti siano in grado di rappresentare la sintesi ponderata di una molteplicità di posizioni interne, e di quanto gli esclusi non finiscano per “corrompere” la sana dinamica a due, infiltrandosi e paralizzandola. La fine del sistema bipolare made in Italy evidente da tempo, ma si è recentemente palesata con le inchieste ancora in corso sulla Lega Nord. Il fallimento dei due poli sta nel non compiuto dei progetti dei due schieramenti: il Popolo della Libertà non è riuscito a portare a termine la riforma liberale promessa - indicata come elemento costitutivo e cifra distintiva -; la dirigenza della Lega Nord non è stata capace di incarnare con purezza lo stile di vita dell'uomo del nord e di rendere libera e autonoma la Padania, quella strana creatura paganamente venerata (un sorta di no man's land tra due realtà davvero esistenti: il Nord e il Sud d'Italia). Dall'altra parte il partito di Bersani ha dimostrato che di democrazia si può morire, soprattutto quando questa è solo un aggettivo utilizzato per nascondere il caos interno. Ad oggi il partito democratico non è riuscito ad incarnare il potere del popolo (i militanti) attraverso i rappresentanti scelti (la dirigenza), ma ha lasciato vedere la lotta interna a questi ultimi e tra questi e quelli. La conseguenza? Il Pd ha perso di vista le proprie stelle polari culturali, finendo invece per rincorre questo o quel personaggio capace di dare equilibrio al disordine interno, o di catturare la scena nascondendolo. Si finisce poi per festeggiare le proprie sconfitte con un calice in mano, celebrando la fine di un governo che non si è contribuito a fa saltare. Allo stesso modo l'appeal degli altri due partiti della foto di Vasto è andato scemando rispetto a dati positivi di qualche tempo fa: l'Italia dei Valori ha dimostrato di dipendere sin troppo dall'antiberlusconismo e di essere a suo agio solo come forza di opposizione, mentre l'identità di Sinistra Ecologia e Libertà si è fatta sempre meno definita, annacquata dalla retorica poetica del suo leader inaspettatamente coinvolto in inchieste che lo accusano di aver replicato un modo di fare politica da Prima Repubblica. Accertato lo smottamento dei maggiori attori dei due poli, resta un centro da presidiare, luogo dello spazio politico che il Polo della Nazione potrebbe occupare? Non proprio. Lo dice chiaramente il Presidente Gianfranco Fini ed io lo voglio ribadire con forza: il nuovo soggetto cui si sta lavorando dovrà essere in qualche modo a-geografico, al di là dei concetti di destra e sinistra, con tendenza maggioritaria e riformatrice. Prima di proseguire e affrontare la questione forma/sostanza, è onesto riconoscere che le ultime due caratteristiche sopra enunciate dovevano essere anche proprie del Popolo della Libertà; fu proprio per questo che venne deciso di farvi confluire la comunità e il bagaglio culturale di Alleanza Nazionale. Il fallimento di questo obiettivo deve dunque farci riflettere mentre ci avviamo a compiere un nuovo passaggio politico fondamentale: individuarne le cause può consentirci adesso di non commettere gli errori del passato. Il peccato di origine è stato essenzialmente l'aver dato precedenza a questioni di tipo strutturale, anziché sostanziale. Mentre era chiaro quale fosse la forma che il nuovo contenitore avrebbe assunto, ed erano state stabilite le regole di tutela delle due anime fondatrici (il famoso principio del 70-30 che istituzionalizzato è stato in parte la causa della mancata integrazione), al di là di un tanto generico quanto generale amore per la libertà (di che tipo?), non si era proceduto ad elaborare una sintesi compiuta tra le identità fondatrici, che hanno finito per scavare carsicamente un solco che ha poi portato alla rottura definitiva. Non è stata, però, solo questione di merito, ma anche di metodo: l'assenza di un principio democratico interno, l'incontestabilità del capo e l'impossibilità di una dialettica interna hanno contribuito ad aggravare la situazione. Se è quindi vero che anche il Popolo della Libertà aveva come obiettivo il diventare un soggetto maggioritario e riformatore, e non è riuscito a raggiungerlo, allora specialmente in questo momento in cui si valuta la possibilità di creare un nuovo soggetto che sia un polo di aggregazione per riformisti, occorre precisare che al di là della forma è la sostanza che interessa. E' una banalità sulla quale tutti a parole concordano, salvo poi non applicarvisi quotidianamente: prima (o anche parallelamente) alla costituzione di un nuovo referente dello spazio politico occorre fissare bene quali sono i valori di riferimento, e soprattutto come si declinano nel concreto, cioè rispetto a quelle questioni fondamentali che servono alle persone per orientarsi nella scelta. La nuova formazione dovrà poter contare su contenuti condivisi, chiari e riconoscibili, capaci di rispondere alle problematiche recentemente emerse e di soddisfare una maggioranza potenziale di elettori che si nutrono di politica attraverso una molteplicità di canali e di linguaggi. Immagino dunque un nucleo solido, ma al tempo stesso flessibile, in grado di adattarsi allo strumento di comunicazione e ai suoi destinatari, un soggetto in versione 2.0. In questo senso una classe dirigente nuova sarebbe auspicabile, purché la novità non venga declinata solo in senso anagrafico. Nuove devono essere soprattutto le idee e le soluzioni. Immagino una classe dirigente che sappia sfruttare esperienze personali fatte di viaggi, di letture di grandi autori, ma anche di quelli emergenti, in grado di pensare con i piedi in Italia e la testa nel mondo. Al fondo di tutto ciò sta la convinzione che la struttura partitica sia a servizio di idee capaci di attraversare tempi e spazi diversi. |
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